Purtroppo tra impegni di lavoro (anche se ahimè d'ora in avanti saranno minori causa contratto non rinnovato) e progetti professionali personali, ho dovuto dedicare molto poco tempo ai miei hobby preferiti.
Non accendo una console ormai da più di due settimane: nel poco tempo che trascorro a casa, ho preferito portarmi avanti con alcuni lavori arretrati e, così, ciao ciao videogames!
Però, nel tragitto casa-lavoro, tra le note di Radiogame, mi sono ritrovato a riflettere su alcune cose inerenti il mio hobby preferito, anzi la mia passione.
E nasce così una nuova rubrica di My Games Corner: Sega Mentale...
Con amore e pazienza ho pulito per bene le console e gli accessori, le cassette, le cartucce e gli alimentatori. Mentre passavo il panno per togliere la polvere, mi sono tornati in mente i momenti sereni di quando un HellCiccio di 7 anni si trovava nella sua cameretta alle prese con orde di alieni o quant'altro.
Con gli occhi lucidi di un quasi 27enne prossimo, se Dio vuole, ad entrare definitivamente nell'età adulta, mi sono reso conto di essermi riappropriato di una parte di me che stava nascosta in un angolino della mia coscienza.
Come uno scemo, mi sono trovato davanti allo schermo del televisore, intento a sparare contro i marziani di Space Invaders, con un sorriso tanto sulla faccia, mentre evitavo i colpi nemici e cercavo di colpire l'ufo che passa ogni tot minuti in alto...
Mi sono reso conto che oggi, come 20 anni fa, quel concept di gioco è ancora validissimo. Si perchè la prima cosa che deve fare un videogioco è divertire. E Space Invaders mi ha reglato bellissimi momenti.
Forse è cambiata la consapevolezza, la maturità dell'HellCiccio odierno, ma quella magia, quell'intensità non è svanita.
Il gioco come momento ludico, anarrativo, caratterizzato da una certa ridondanza: Space Invaders non finisce mai, se non quando fai Game Over.
Lo stesso si può dire di una marea di titoli usciti in quegli anni.
Dopo l'epoca Atari la cosa cambia.
Oggi siamo arrivati al punto che terminare il gioco sia quasi un atto dovuto al player: se spendo 60 euro voglio arrivare in fondo.
Salvataggi, punti di ripristino, rewind, continue, crediti, ecc...
E' cambiato completamente il punto di vista.
Il gioco diviene una storia, un discorso, per dirla semioticamente, caratterizzato da una narratività profonda ed estrinseca: il player è un attore che veste i panni di un personaggio ben definito (quasi sempre) con un proprio carattere, un proprio ego virtuale, propri obiettivi ed aspirazioni.
Di più: il videogame è, spesso, un ipertesto, collante di meta-discorsi differenti che, insieme, compongono una struttura narrativa complessa, nella quale gli attanti si ritrovano a passare attraverso ruoli e funzioni differenti (automobilisti e pedoni, cacciatori e prede, vittime ed assassini).
Prendiamo in esame i giochi della generazione Space Invaders.
La narratività, seppur limitata a concetti molto sintetici e semplici, è presente a livello superficiale: la navetta x combatte per difendere il pianeta y dagli alieni z.
Ma nessuno ci narra chi è dentro la navetta. Perchè si trova lì, o chi sono gli alieni (Marziani? Venusiani? Mostro orrendo che viene dallo spazio profendo... mai trovata la fonte di questa TGMiana citazione) e perchè attaccano? Siamo sulla Terra?
Tutto è lasciato (volontariamente o meno) alla fantasia del giocatore, che si sente maggiormente immerso nell'azione: attore e attante coincidono perfettamente, la narrazione in itinere è il medesimo flusso di pensieri prodotto dal giocatore.
Forse è qui che si nasconde quella magia che provavamo in quegli anni.
Oggi è il gioco stesso che ci conduce per mano alla sua conclusione, fatta di titoli di coda, credits chilometrici e canzoni torcibudella: cinema e videogioco tendono sempre più a sovrapporsi.
La fantasia del game designer si sovrappone a quella del player e l'appagamento che si provava nel fare il massimo dei punti o di completare quanti più quadri possibili prima che la velocità del gioco e la sua difficoltà raggiungessero livelli disumani, lascia il posto all'aspettativa attesa o disattesa nel giocatore una volta comparata l'esperienza reale gioco a quella virtuale avvenuta nelle discussioni sui forum o nell'atto del leggere le recensioni on-line o su carta che siano.
Tutto questo per dire che oggi si producono brutti videogames? Assolutamente no.
Di certo la prospettiva è un pò mutata: l'approccio al gioco è meno ludico, forse, e più narrativo, anche se non è un assoluto categorico (basti pensare alla nuova ondata di puzzle games e shoot 'em ups presenti sul mercato).
Forse, citando e concordando con il Galla, viene a mancare il concept nella sua originalità. Che siamo entrati nell'era delle minestre riscaldate?
Forse la risposta la troviamo nelle parole del personaggio interpretato da Tom Sizemore nel film Strage Days, che, tra l'altro vi consiglio caldamente di guardare: potreste trovarci interessanti spunti di riflessione sul rapporto tra reale e virtuale, critico e ludico, morale e immorale.
Tutto è stato già fatto [...]





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